L'Ex Lanificio Carotti sulla cascata del Metauro, con la torre medievale e la ciminiera in mattoni

Quello che una fabbrica produce ancora

Dal 3 al 18 ottobre l'Ex Lanificio Carotti apre le sale a Francesco Calcagnini: vent'anni di disegni a china e un video in progress, in mostra per la prima volta.
CONDIVIDI

Ci sono luoghi che, quando perdono la funzione per cui sono nati, diventano improvvisamente più facili da raccontare. Si chiude una porta, si mette una data, e tutto ciò che è accaduto prima prende il nome rassicurante di passato. Con una fabbrica è ancora più semplice: finché produce è viva, quando le macchine si fermano entra nella storia.

L’Ex Lanificio Carotti non ha mai accettato del tutto questa distinzione, e non per una scelta nostra. Qui ciò che è stato non ha avuto la delicatezza di andarsene: è rimasto negli intonaci, nei pavimenti, nella misura delle stanze, nei segni lasciati da chi vi ha lavorato. Quando abbiamo cominciato a immaginare una nuova vita per queste sale non volevamo sostituirne una con l’altra. Non ci interessava che la fabbrica dimenticasse di esserlo per diventare un luogo destinato alla cultura. Ci interessava qualcosa di più difficile: capire se potesse continuare a produrre. Non più lana, naturalmente. Pensiero, incontri, immagini, attriti, domande; la possibilità che qualcuno entrasse e vedesse qualcosa che prima non aveva visto.

È in questo percorso che si inserisce MOSTRA. La moglie del mostro, la personale di Francesco Calcagnini che l’Ex Lanificio Carotti ospita dal 3 al 18 ottobre 2026.
Ma prima di parlare della mostra bisogna dire che Calcagnini, in un certo senso, non è mai stato un ospite. Non è arrivato qui come si arriva davanti a un edificio recuperato, con la distanza di chi ne apprezza il risultato. Il suo rapporto con queste stanze è stato fin dall’inizio più inquieto e più fertile: ha riconosciuto ciò che era stato fatto, ma soprattutto ciò che restava da fare. Ha considerato il recupero non come la conclusione della storia della fabbrica, ma come il momento in cui quella storia poteva rimettersi in movimento. Ci siamo compresi anche per una ragione più semplice: Francesco ha una naturale insofferenza per le cose che hanno già trovato la loro forma definitiva.

La scenografia, che ha attraversato così profondamente il suo lavoro, insegna in fondo questo: un luogo non coincide mai soltanto con i propri muri. Può essere attraversato da un’altra epoca, diventare altrove, accogliere qualcosa che non possiede e, per qualche ora, renderlo perfettamente credibile. Ha guardato così anche il Lanificio: non come una reliquia industriale da custodire, né come un involucro da riempire, ma come una costruzione ancora disponibile.

Ed è proprio questa familiarità a rendere meno prevedibile ciò che la mostra mette in luce. Il lavoro grafico di Calcagnini appartiene infatti a una zona molto meno esposta della sua figura. Le sue carte non hanno inseguito le pareti delle gallerie: sono nate nella concentrazione dello studio, in una pratica appartata, nutrita dalla scenografia, dall’insegnamento, dall’esercizio rigoroso del disegno. È anche per questo che incontrarle capita di rado — e la mostra ne riunisce per la prima volta un nucleo costruito nell’arco di circa vent’anni.

Il banner della mostra appeso al muro in pietra all'ingresso del lanificio.

Quando accade, la prima cosa che sorprende è la sicurezza del segno. Una perizia grafica che potrebbe bastare a se stessa e che invece viene impiegata quasi per contraddirne la natura: tanta precisione non serve a descrivere meglio il mondo che conosciamo, ma a rendere plausibili mondi che non conosciamo affatto. Linee, prospettive, architetture, presenze: ogni elemento obbedisce a un ordine esatto e insieme appartiene a qualcosa che sfugge. Accanto ai disegni, in mostra anche Une semaine de bonté, un video in progress che Calcagnini costruisce da due anni esclusivamente a partire dalle sue carte, rielaborate attraverso montaggio, frammentazione e ricomposizione, con l’inserimento di frammenti musicali. Disegni e video condividono lo stesso immaginario: figure umane e animali, oggetti, macchine, forme costruite per accumuli, innesti e trasformazioni.

Portare queste carte dentro il Lanificio significa mettere in rapporto due modi diversi di trasformare. Un edificio che non ha cancellato ciò che è stato incontra un artista che usa quello che conosce perfettamente — il disegno, la costruzione, la prospettiva — per condurci dove non siamo ancora stati. Non sappiamo se le due cose si riconosceranno o se preferiranno contraddirsi. Sappiamo però che questa mostra appartiene al percorso che abbiamo cercato di costruire qui negli anni, e non perché aggiunga un altro nome a quelli passati da queste sale. Per molto tempo Francesco ha guardato il Lanificio e ha immaginato ciò che avrebbe potuto diventare; adesso sono le stanze a essere a disposizione dei mondi che nel frattempo lui ha continuato a costruire.

La mostra, organizzata dall’Ex Lanificio Carotti, ha la direzione artistica di Silvano Bacciardi; il catalogo raccoglie i testi di Rossano Baronciani e Paola Silvia Dolci, a cura di Silvia Borghetto. Si inaugura sabato 3 ottobre alle 17:30, alla presenza di Baronciani. Resta poi aperta il sabato e la domenica, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00, fino al 18 ottobre, con ingresso libero, in Piazza Giorgiani 3 a Fermignano.

Una fabbrica, forse, non smette di produrre quando si fermano le macchine. Cambia soltanto ciò su cui lavora.

IN QUESTO ARTICOLO